I rom di Bari in aiuto all'Abruzzo


fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it

La spedizione è partita ieri mattina all’alba da Japigia e ha raggiunto il paesino di Capocciano. Poi Campo D’Armi, Paganica, Gignano, Barisciano La gente offre ospitalità e un pasto caldo, ma i «ragazzi» rifiutano: «C’è da feare il viaggio di ritorno su un furgone con la quarta che non ingrana»



dal nostro inviato GIANLUIGI DE VITO 

CAPOCCIANO (AQUILA) - «Da piccola mi dicevano che gli zingari rapivano i bambini. Quando ho scoperto che non era vero ho sofferto tanto per quelle parole che mi dicevano da bambina »: Michela, esile, sulla cinquantina, è una tuttofare. Ha il cappuccio abbassato perché il freddo taglia ancora, qui a Capocciano, piede dell’Ap p e n n i n o abruzzese ancora innevato. S’appoggia sul finestrino abbassato del furgoncino bianco dei rom. Michela regge un bloc notes. Legge il foglietto appiccicato con un po’ di scotch dal lato interno del parabrezza anteriore: «I rom di Japigia in viaggio verso l’Abruz - zo portano gli aiuti dei baresi alle popolazioni terremotate». 
Spinge il blocco verso l’interno per evitare la pioggia, sia pure sottile: «Ditemi i vostri nomi perché almeno sapremo chi ringraziare. Qui non s’è fatto vedere nessuno, nemmeno la chiesa, se non i volontari come voi». Il finestrino della chiacchierata è quello anteriore del lato della guida. Daniel Tomescu stacca le braccia dal grande sterzo e tira dal taschino il bigliettino da visita: Artezian, società cooperativa. Pulizie, traslochi, pitturazioni, facchinaggio, recupero e riuso di materiali da lavoro. Michela si soprende poco, sorride e insiste: «Scendete, cenate con noi, abbiamo roba, non mangiamo nella tendopoli abbiamo questa casetta, ci entriamo tutti, dai». Daniel rifiuta con garbo: «Siamo in giro dall’alba, dobbiamo finire il giro». aiuti ai terremotati d
Tomescu, 44 anni, capovillaggio di una ventina famiglie rom romene stanziate a Bari dai primi anni Duemila, non si stacca mai dal grande sterzo del suo Ford Transit, classe 1997, che ha sedili comodi solo sul davanti, un fanale posteriore cieco e una quarta che fa i capricci ogni volta che la ingrani. Otto di sera della domenica di Pasqua. Anche Ivo Cassianiringrazia: «Abbiamo le tende per tutti, ma solo sette letti. Da mangiare non ci manca nulla, è il resto che manca. Ci danno roba che non serve».
 Ivo è il sindaco di quel minipaesino a una trentina di chilometri dall’Aquila, rimasto in piedi dopo la Grande Scossa del lunedì, ma che ora, come tanti altri paesini, poggia vuoto sulla paura. Viorel Barbu, 36 anni, e Mihai Baronescu, 42 anni anche loro romeni «japigini » sorridono contenti del rifiuto di Daniel. Li aspetta un ritorno stesi sul retro perché il furgoncino, dietro, non ha altre poltrone. Ma andrà meglio dell’andata, cominciata nella notte tra sabato e domenica Pasqua, quando per tutto il tempo viaggiano tra gli scatoloni. 

La prima tappa di Mihai, Viorel e Sergio Scarcelli, dell’associazione Osservatorio Sud, (unico barese autoctono della minicarovana), a metà mattinata, è per scaricare i furgoni della Polizia provinciale arrivata a Centi-Colella dell’Aquila dove la Croce Rossa ha il campo base. Poi, il «furgoncino bianco rom» si stacca e procede. Destinazione Gignano. Mihai si rivolge a una signora di Carbonara, sfollata: è da 18 anni in Abruzzo perché ha sposato un finanziere barese in servizio lì. «Per quanto tempo pensate di riuscire a vivere in una tenda?» chiede alla donna. La risposta è in un paio di spalle che si sollevano mute su e giù. Lui rom da baracchina, preoccupato per la vita abruzzese sotto la tenda. È il paradigma che si coniuga al contrario, a sfatare la retorica dei rom ladri di rame e venditori infami di bambini. È l’equazione che la costruzione politica emediatica xenofobica vuole impossibile, ma che si declina ora tra scatole di assorbenti, spazzolini, pettini, scarpe, lenzuola monouso raccolti prima facendo il giro tra Cassano, Bari e Altamura e poi dilazionati secondo il bisogno a Campo D’Armi, Paganica, Gignano, Barisciano e Capocciano. 
le tende per i terremotati d
«È vero che ritornate?», chiede Stefania Bove, animatrice teatrale barese «arruolata » a Campi d’Armi assieme all’amica Letizia, barese pure lei, dai bagnini «Salvamento» perché le associazioni big non si fidano delle anime buone senz’etichetta. Daniel conferma, e Sergio si becca una lista di richieste in cima alla quale c’è «Tantum Rosa» e «Travogen»: molte le donne che lamentano infiammazioni genitali piuttosto fastidiose. Qualche ora più tardi, Mihai consegna un pacco di grembiuli alla tendopoli di San Gregorio. Si ferma a parlare con un crocerossino. Scatta il racconto del terremoto del 1977; era bambino e la sua casa di un villaggio vicino a Craiova crollò: «Ceausescu diceva alla radio che era tutto a posto, ma da noi non arrivò nessuno. Stavamo per strada e non siamo morti solo perché mia madre raccoglieva erbe e faceva il brodo e riusciva a procurarsi un po’ di farina per fare il pane». La vedi eccome la differenza tra le 62 tendopoli. Quelle dell’Aquila, come Campo d’Armi, è un «campeggio a cinque stelle». 

La discesa dal Gran Sasso verso l’Adriatico è una discesa al Purgatorio. Tendopoli sì, ma i campi non sono cablati di cavi elettrici e nessuna ruspa dell’eser - cito disegna stradine di ghiaia per evitare pozzanghere e fango, tanto che quando piove anziani e disabili non fanno nemmeno i due passi per raggiungere il tendone della mensa o dello spaccio. E le accuse su una macchina dei soccorsi che non ha fatto tutto, anzi, in certi punti ha fatto poco, sono palpabili. Si ritorno quando è quasi notte: «Noi rom non siamo santi, nemmeno diavoli». La lista delle richiesta è sul cruscotto, il furgoncino bianco rom tornerà da Ivo, Michela, Stefania. Non solo da loro.



Articolo tratto da: Osservatorio Sud ...un mondo diverso possibile! - http://www.osservatoriosud.org/
URL di riferimento: http://www.osservatoriosud.org//index.php?mod=read&id=it/1239782864